Torre del Serpe di Anna Joy French: un racconto per Salento in Love

Pubblichiamo oggi per il contest “Salento in Love – I mari e le torri” il racconto Torre del Serpe di Anna Joy French che l Salento si era avvicinata per il premio romance “Salento in Love” e da allora sembra che il fascino di Otranto e dintorni non l’abbia abbandonata, visto che a ispirarla è stata proprio l’omonima torre del titolo del racconto che potete leggere qui su AgorArt.

Torre del Serpe
di Anna Joy French

Nel tempo in cui gli dei vivevano insieme agli uomini e i miti prendevano forma nelle notti prive di luna, un serpente marino emerse dalle acque e avvolse la torre del faro di Otranto tra le sue spire. Insinuando la testa dentro un’apertura, raggiunse la lampada che segnava la rotta ai marinai e ne bevve tutto l’olio. Da allora la costruzione prese il nome di Torre del Serpe.

 Otranto, anno del signore 1479

Il cielo aveva lo stesso colore dei fiori di malva e sottili nuvole lattiginose sembravano divertirsi a corromperne la perfezione. Verso oriente, il mare, avvolto nella sua quieta immobilità, si tingeva dei primi riflessi dell’alba.

Lo sguardo di Irene si perse all’orizzonte e si posò sul profilo ondulato e scuro delle lontane montagne albanesi. Mosse qualche passo in avanti e un’onda lambì le esili caviglie. Al contatto con l’acqua fredda si circondò il corpo con le braccia, invasa da un gelo improvviso. Pregò Iddio che quella scossa fredda la facesse rinsavire. Guardò con disappunto le babbucce inzuppate d’acqua, ma i suoi piedi si rifiutavano di obbedire, continuavano a muoversi verso il mare.  Si immerse fino alle ginocchia.  L’abito di velluto turchese si aprì come una ninfea e ondeggiò morbido sull’acqua. Irene piegò il busto in avanti e riuscì a intravedere, sul velo increspato della superficie, il riflesso del suo volto. Socchiuse gli occhi e trasse un profondo respiro. Finalmente era arrivata. Voleva solo specchiarsi nel mare. Non in un prezioso specchio d’argento, non in un catino colmo d’acqua profumata. Solo nel mare: limpido, sincero, autentico. Voleva chiedere al quel magico scudo liquido quale sarebbe stato il suo destino. Avrebbe preso marito? Per quanti anni ancora avrebbe potuto gioire della vicinanza dei propri cari? Sarebbe rimasta per sempre a Otranto o forse gli Ottomani avrebbero portato morte e distruzione anche nella sua città?

Chinò il capo ed esaminò il suo volto pallido, gli occhi grandi e scuri, i lunghi capelli corvini sciolti sulle spalle in una morbida e voluttuosa cascata.

— Chi mi aiuterà? — chiese timorosa al leggero sciacquio delle onde. Attese alcuni istanti col fiato sospeso, poi riprese a parlare, quasi che sentisse necessaria una spiegazione più precisa.
— La mia casa è una torre, la più alta di Otranto. Mio padre è il governatore della città e ha molti soldati al suo servizio. Ma ho paura! Ho visto i Turchi sterminare interi villaggi, ho visto compiere orrori atroci in nome di un falso dio. E poi l’incubo di questa notte: centinaia di corpi senza testa, le strade imbrattate di sangue. E quelle donne gravide, uccise dopo orribili torture. Quei bambini…

Irene cessò di parlare all’improvviso, sopraffatta da un dolore vischioso che le rendeva difficile anche respirare. Il tormento aveva assunto una consistenza quasi corporea. A fatica riacquistò il controllo. È solo un incubo!, continuava a ripetersi con il volto nascosto tra le mani, senza riuscire a scacciare le orrende immagini di morte che si agitavano nella sua mente. Quando alzò lo sguardo verso la linea dell’orizzonte, il timore di scorgere una nave turca la fece boccheggiare.

Ma non c’era nulla oltre l’azzurro intenso, fusione perfetta tra mare e cielo. D’improvviso sorrise. Fu una risata liberatoria, quasi un preludio di follia. Il vento divenne caldo e le accarezzò il volto, regalandole un piacevole tepore. Ripensò al suo sogno, questa volta senza afflizione. Si voltò verso terra e osservò la grande torre. I suoi occhi divennero vivi, guizzanti come le onde del mare. La sommità era diroccata, ma la struttura non sembrava mostrare segni di cedimento.

Irene sollevò il petto in un anelito di speranza.
— Serpe, vieni da me! — Parole insensate, frutto dell’estrema disperazione. Quasi un delirio.
Allargò le braccia e con gli occhi chiusi lanciò un ultimo grido verso il mare. Attese che l’eco si perdesse tra le onde, quindi si voltò verso la terraferma e a piccoli passi uscì lentamente dall’acqua.

Molte ore più tardi, quando l’esile scia del tramonto accarezzava la terra, Irene si affacciò dalla finestra della sua stanza e posò le mani sulla pietra fredda del davanzale. Lasciò che la brezza le sfiorasse il viso e le sfumature violette del cielo le colmassero le iridi con la propria luminosità.
“ Il Serpe ci protegge. Ora ti insegno come si fa per chiamarlo” le aveva detto una volta sua madre. Poi aveva allargato le braccia e urlando parole incomprensibili verso il mare, si era esibita in una danza frenetica, primordiale. Aveva danzato e cantato a piedi nudi sulla battigia, sfidando le onde incappucciate di schiuma. Era accaduto qualche anno prima, in un giorno come quello, col mare azzurro e l’orizzonte limpido.
“Puoi farlo anche tu, ma nessuno ti deve vedere, perché è una magarìa”.
Irene sorrise, si voltò verso l’interno della sua stanza e iniziò a danzare. Lo sguardo divenne febbricitante, i passi si fecero più rapidi. Sembrava posseduta, eppure non aveva più paura. Ora ne era certa: il Serpe avrebbe protetto la sua amata città.

Il quattordici agosto 1480 i Turchi, guidati da Gedik Ahmet Pascià, sterminarono gli abitanti di Otranto per aver rifiutato di convertirsi all’Islam, dopo la conquista della loro città. Secondo un altro racconto, in una notte dell’anno precedente il terribile massacro, il Serpe fece visita alla vecchia torre e bevve tutto l’olio del faro. In quell’occasione gli Ottomani, non avendo punti di riferimento per poter attraccare, saccheggiarono la vicina Brindisi e Otranto fu risparmiata. Spesso le leggende, così come i popoli, si mescolano, si spostano, si incontrano e, unendosi, si confondono, dando vita a nuove storie. In esse gli uomini ripongono le proprie speranze, il desiderio inattuabile di cambiare il corso di eventi già accaduti o di sovvertire i piani che il destino ha riservato loro.   

L’autrice – Anna Joy French
Vive in un paesino dell’Italia centrale immerso nel verde. Dopo aver lavorato per anni come ricercatrice e archeologa, ha deciso di lasciare la carriera accademica per dedicarsi alla famiglia. Ama il mare e la storia medievale , soprattutto quella dell’Italia meridionale (sarà un caso che si è appassionata alla storia del Salento?). Si è avvicinata per divertimento alla scrittura creativa e appena può intraprende viaggi nel Mediterraneo alal ricerca di nuovi spunti per le sue storie. Cuore normanno (I Romanzi Mondadori), ambientato tra Otranto e Bari, è il suo romanzo d’esordio.

Approfondimenti: per scoprire il Salento
A pochi chilometri a sud di Otranto, tra terra e mare, svetta  mezza diroccata, un’antica torre di avvistamento,  Torre del Serpe, una delle tante costruite per avvistare subito la minaccia saracena. Questa torre, che si affaccia sull’Adriatico, è al centro di numerose leggende che si tramandano da generazione in generazione creando intorno ad essa un velato mistero e un fascino avvolgente, mentre la sua effige è ripresa nello stemma cittadino.

Si ritiene che la sua costruzione risalga al periodo romano e che la torre avesse la funzione di faro e fu restaurata in età federiciana. Il nome è legato ad un’antica leggenda (la stessa a cui fa riferimento il racconto di Anna Joy French) che racconta di un serpente marino che ogni notte saliva dalla scogliera per bere l’olio che teneva accesa la lanterna del faro e che pochi anni prima della presa di Otranto nel 1480 i pirati musulmani  si erano diretti verso la città salentina per saccheggiarla, ma grazie alle incursioni del serpente che aveva  bevuto l’olio, il faro si era spento. I pirati senza punti di riferimento passarono oltre e la città in quell’occasione fu salva.

Torre del Serpe rientra nella categoria delle torri a base circolare e forma tronco-conica. Questo genere di torre faro era attivamente sorvegliato da sentinelle che dovevano accertarsi, soprattutto nel corso delle notti più buie, che la lampada non si spegnesse e assicurare così la sicurezza delle navi in mare che si accingevano ad avvicinarsi alla costa. In una di queste notti, mentre i soldati si concedevano un po’ di riposo, il faro si spense lasciando nell’oscurità tutto il colle su cui si erge la torre; è da qui sarebbe nato il mito del serpente che divorava l’olio delle lampade dei fari per soddisfare il suo appetito.

Nell’estate del 1480, una flotta di centocinquanta navi turche, invece, si mosse verso la cittadina salentina con l’intenzione di saccheggiarla e conquistarla. Dopo un’estenuante resistenza da parte degli Idruntini che non volevano arrendersi, i Turchi s’impossessarono del borgo, commettendo ogni sorta di crudeltà. Si ricordano soprattutto 813 coraggiosi che, dopo aver rifiutato di convertirsi all’Islam, furono decapitati sul colle della Minerva, da questo episodio gli Ottocento Martiri di Otranto.
I Turchi rimasero nella città per poco di più di un anno, finché nel settembre del 1481 gli Aragonesi, entrarono nella cittadina e la liberarono.

* La grafica della cover è a cura di Dora Foti Sciavaliere 

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