Il cacciatore di dote: quattro chiacchiere con Ornella Albanese

7 Settembre 2013

È in e-book Il cacciatore di dote (Mondadori) il nuovo romance storico di Ornella Albanese. L’autrice ha gentilmente risposto ad alcune domande della redazione di AgorArt.

Solo Aurea Del Poggio è disposta a sposare il conte Lupo Sanminiati e salvarlo dai debiti, senza chiedere nulla in cambio, solo il rispetto. La prima notte di nozze segnerà però per l’uomo una dura svolta per la sua vita di impenitente libertino. La moglie lo scaccerà e lui dovrà fare i conti con se stesso e le nuove emozioni che lo spingono verso Aurea.

“L’ha sposata per denaro, ora vuole il suo cuore”. Un matrimonio di convenienza, che diventa una vera caccia.

Ornella, hai detto che quello del cacciatore di dote è un tema che trovi intrigante. Cosa ti affascina di questa figura?
«Prima di tutto il motivo della caccia, che presuppone concentrazione, caparbietà, scaltrezza e un pizzico di ferocia, tutte doti perfette per il protagonista di un romance. E poi c’è il fatto che il cacciatore di dote non sposa la ragazza ma i suoi soldi, e questo apre a mille possibilità, tutte ugualmente intriganti. In questo romanzo la sfida è stata trattare un tema non originalissimo in modo molto originale».

Chi legge i tuoi romanzi sa che ti diverte rompere gli schemi narrativi, questa volta mi pare che tu abbia voluto rompere il cliché perfino nella cover. Non la solita coppia o una donna seducente, ma il protagonista maschile campeggia sulla copertina con magnetici occhi da cacciatore. Che puoi dirci a proposito?
«Quella tipologia di copertina è un must: deve esserci una coppia, per lo più rapita in una specie di estasi, e a volte, molto raramente, una donna sola. Nelle mie precedenti coppie, l’uomo non mi era mai piaciuto (sono piuttosto esigente in proposito), e ne ho parlato scherzando con il mio editor, tanto che alla fine lui mi ha detto di indicargli come avrei voluto la cover de Il cacciatore di dote. Un uomo solo, una solitudine accentuata dallo sfondo di una festa, l’espressione intensa di chi si pone a caccia, ma con qualcosa negli occhi che riveli un tormento interiore. La cover de Il cacciatore di dote è nata così».

Nella lista delle ereditiere appetibili di Lupo, Aurea non era contemplata, e personalmente dopo il secondo capitolo pensavo che il conte Sanminiati alla fine avrebbe rivolto la propria attenzione a Rebecca. Nell’idea originaria della storia, era prevista Aurea? O questa ragazza incolore ha preso inaspettata consistenza nella trama così come è riuscita a imporsi nel cuore del nostro cacciatore?
«Era prevista proprio una ragazza insignificante e sbiadita come Aurea, solo che, quando ho descritto Rebecca, il suo personaggio è venuto fuori con una tale vivacità da conquistarmi. Alla fine di quel secondo capitolo, sono stata davvero tentata di fare di lei la protagonista e tu devi aver colto proprio la mia indecisione. Si tratta comunque di giochi, di dubbi e di brevi perplessità che accompagnano sempre la creazione di un romanzo».

Il legame con la trilogia dell’Amore inatteso è stato voluto o solo dettato dalla necessità narrativa, una sartoria negli stessi anni a Firenze ti ha indotto a riproporre l’atelier delle Pirani come una scelta quasi obbligata?
«Sai che è accaduto esattamente il contrario? Nel momento in cui mi sono trovata a dover ricorrere a una sartoria, ho avuto la felice intuizione di ricreare la sartoria fiorentina delle sorelle Pirani, che aveva avuto un ruolo decisivo nell’ultimo romanzo. A quel punto ho addirittura cambiato location, e ho portato la storia a Firenze».

Ora una curiosità, che può valere per ognuna delle tue pubblicazioni. Un’altra peculiarità della tua scritture è di certo la coralità… ti è mai capitato, in corso d’opera, di appassionarti più a uno dei personaggi secondari che ai protagonisti stessi?
«No, i miei protagonisti vengono prima di tutti gli altri personaggi. Li amo, li approfondisco, cerco di rivelare i loro lati più nascosti, li accompagno nella loro evoluzione… Mi è capitato però di essere affascinata da un personaggio secondario e di seguire la sua storia con un coinvolgimento particolare. Di solito mi  capita con personaggi brillanti, quelli che danno vita a dialoghi divertenti e a situazioni imprevedibili, come Rebecca ne Il cacciatore di dote, oppure Lucilla ne L’avventuriero che amava le stelle».

In questo romanzo si sono aperti possibili scenari per altre storie. Per concludere, quindi, una domanda è d’obbligo, e forse scontata. Dopo il ciclo dell’Amore inatteso, Il cacciatore di dote inaugurerà un nuova trilogia?
«Il ciclo dell’Amore inatteso è nato in modo assolutamente non previsto, anzi ero molto contraria all’idea di un sequel perché mi piacciono i romanzi autoconclusivi. Poi però mi sono appassionata alla costruzione di intrecci complessi che vanno aldi là del singolo romanzo, pur mantenendo la loro autonomia. Mi è piaciuto creare una folla di personaggi che hanno grande rilievo, ma poi indietreggiano nell’ombra, proprio come se fossero su un palcoscenico. Scrivere una trilogia presuppone un grande impegno, ma anche una libertà creativa che il romanzo singolo non sempre permette. Per concludere, direi che al momento sono molto aperta alla possibilità di portare avanti le storie di alcuni personaggi de Il Cacciatore di dote».

Sara Foti Sciavaliere

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